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PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA: Dott. Massimiliano De Somma - PSICOTERAPIA NAPOLI - Una seduta di Psicoterapia di gruppo - Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta

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Una Seduta di Psicoterapia di Gruppo
Trascrizione di un frammento
18/09/2006



Psicoterapeuta: Sapete come funziona il gruppo; se qualcuno si esprime e si propone e rischia qualcosa, si fa il lavoro

Paziente: Ok, inizio io.

Psicoterapeuta: dicci

Paziente: Allora, dall’ultimo incontro di gruppo alla terapia personale si sono mosse tante cose, con qualche consapevolezza in più; l’incontro con Jodorowsky è stato illuminante; qualche piccolo input che mi ha dato, ha fatto sorgere altre consapevolezze, ed una in particolare, che forse sembra evidente ma io l’ho focalizzato solo adesso, è che mi rendo conto di essere continuamente alla ricerca di un riconoscimento, di una identità. Mi diceva Jodorowsky che questo probabilmente è perché non mi sono mai sentito riconosciuto, probabilmente dai miei genitori…

Psicoterapeuta: tu hai parlato con lui?

Paziente: si, lui mi ha fatto i tarocchi, e sono usciti tre tarocchi… cioè, prima lui mi ha chiesto di fare una domanda, ed io come domanda ho chiesto di sapere io chi sono, e lui, prima ancora di vedere i tarocchi, ha detto che se chiedo chi sono, probabilmente non sono mai stato riconosciuto, non ho mai ricevuto riconoscimento dalle figure genitoriali, e questo l’ho sentito identificandolo con un mancato riconoscimento da parte di mio padre, dal quale tutt’oggi cerco di essere visto, di ricevere un riconoscimento o un’identità, infatti Jodorowsky mi diceva che non mi serviva tanto chiedermi chi sono ma cosa sono. Anche il fatto di essere grande, di essere grosso, mi ha raccontato che, evolutivamente, gli animali, quando hanno effettuato il passaggio dall’acqua alla terra, ovvero da pesci sono diventati anfibi e poi rettili, trovandosi in un nuovo ambiente, in un nuovo mondo, in un posto che non gli apparteneva, hanno trattenuto l’acqua dentro. Io soffro di ritenzione idrica, sono gonfio d’acqua, e questo simbolicamente mi fa pensare che io non ho un buon adattamento in questo mondo, in questo ambiente, nell’ambiente in cui mi trovo. Dalle carte infatti sono usciti molti simboli con l’acqua, ed una quarta carta estratta, rappresentava la morte. Su questa lui ha ipotizzato questo non riconoscimento, descrivendomi cinque tipi di madri ed ipotizzando che la carta della morte possa simboleggiare una mancata accettazione. Questo ha fatto sviluppare in me molte riflessioni sui continui sforzi fatti per farmi accettare da mio padre, e su quanto nei riguardi di mia madre abbia sempre cercato di essere così come lei mi voleva. In particolare mi ricordo sempre di questa cosa che lei mi racconta sempre, di quando da neonato mi dava a mangiare con due cucchiaini, in sequenza, perché non tollerava il mio pianto tra un cucchiaino e l’altro. Mi sono allora chiesto come sia possibile che una madre non riesca a tollerare il pianto di un bambino, per quanto possa essere lungo e forte in una pausa così breve che intercorre fra un cucchiaino e l’altro. In questo modo non mi ha insegnato la frustrazione e la capacità di attesa. Allora ho pensato che forse era il contrario: piangevo perché mi sentivo soffocare, mi sentivo soffocato da un tipo di madre che ho riconosciuto fra le descrizioni di Jodorowsky, definita proprio come la madre soffocante che tiene stretto il bambino a se, lo vuole tutto per se, e non lo lascia andare, non lo lascia esprimersi ne allontanarsi, e quindi lo tiene soffocandolo con il cibo. Quindi, se tu madre mi vuoi così, e se voglio essere riconosciuto ed amato devo mangiare, il risultato è che io mi allargo, mi ingrandisco, e mi faccio vedere. Quindi l’idea è che ho bisogno di espandermi, di diventare grosso per farmi vedere. Insomma, si sono sviluppate un sacco di riflessioni e di consapevolezze intorno a questa cosa del riconoscimento ed effettivamente, osservando ancora oggi, tenendo conto che nei riguardi di mio padre mi sento non riconosciuto, ancora mi accorgo che faccio molte cose nei suoi riguardi per cercare di essere riconosciuto, e per avere una risposta a questo “chi sono” ed avere una identità. Questa cosa della morte mi ha un po’ spaventato e mi ricordo che mia madre mi raccontava che mio padre mi picchiava in maniera molto forte nella culla perché piangevo e gli davo fastidio. Quindi questa cosa probabilmente c’è, ma io non la vedo così forte come può essere l’idea di morte.
Per il resto sento che sto raggiungendo certi equilibri, mi sento bene, desidero fare più cose, e vedo comunque dei cambiamenti: mi sono comprato la moto, e questo mi fa sentire più libero, dandomi la possibilità di spostarmi maggiormente nel mondo senza più tanta paura, perché poi questa paura della morte mi è anche venuta rispetto al mondo, perché ho capito che la mia paura è quella di essere fatto fuori… se uno mi chiedesse qual è la mia paura, direi che è la paura di stare nel mondo, di stare con gli altri e di essere fatto fuori, di essere tolto da mezzo, di essere ucciso, e probabilmente questa cosa è legata a mio padre, forse all’idea di essere fatto fuori da lui, anche se su questa cosa sono ancora un po’ confuso e non so. Di contro so che c’è il mio desiderio di non avere più paura, di andare verso il mondo, di essere anche un po’ più sereno, con la voglia di fare di più, ed anche di seguire il consiglio finale di Jodorowsky, quello cioè non tanto di chiedermi chi sono, ma piuttosto sentirmi, dicendomi “io mi sento, e mi sento bene”.

Psicoterapeuta: e che cosa resta aperto? Cosa chiedi?

Paziente: vorrei non avere più bisogno di avere riconoscimento, in maniera così forte, e di rimanere male e provare disagio nel momento in cui non ne ricevo dagli altri e soprattutto da mio padre.

Psicoterapeuta: quando tu dici “riconoscimento” a cosa ti riferisci? Cos’è riconoscimento per te?

Paziente: essere visto… esserci… essere rispettato… essere importante… essere attribuito una giusta identità.

Psicoterapeuta: questo non capisco: essere attribuito una giusta identità, cioè cosa devono fare?

Paziente: rimandarmi… rispecchiarmi chi sono, cioè riconoscermi per quello che io voglio essere.

Psicoterapeuta: questo credo sia assolutamente impossibile: chiedere all’altro che ti dica tu chi sei e chi devi essere.

Paziente: si, mi rendo conto, ma io voglio che mi veda per quello che sono, cioè devo essere io a dire chi sono…

Psicoterapeuta: l’altro ti vede e tu non sai come ti vede e sei tu che immagini che non ti veda per quello che sei, ma lui non può vedere te per quello che sei, sei tu che puoi vederti per quello che sei. L’altro ti vedrà per quello che lui vede. È come dire che, a causa del tuo passato, della tua storia o di quello che vuoi, stai mettendo nel mondo esterno la costruzione della tua identità… o la evidenza della tua identità, che è un’operazione persa, fallita in partenza

Paziente: cioè stai dicendo che sto costruendo la mia identità in funzione degli altri?

Psicoterapeuta: no, stai chiedendo che gli altri te la costruiscano, che gli altri ti dicano chi sei… e questo chiami “riconoscimento”… che ti vedano, e questo chiami “riconoscimento”… o addirittura “senso di esistere” perché te lo rimandino e te lo dicano… “guarda che tu sei cosi, e così e colà”. Ma come ti dicono gli altri che ti vedono, non è sufficiente per costruirti, e può essere anche deviante, perché se minimo minimo ci sono nove tipi caratteriali e ventisette subtipi, ci saranno ventisette diverse possibili maniere di essere visto: un carattere paranoico proietterà; se un altro introietta, ti darà un’immagine depressa; l’orgoglioso ti vedrà misero e meschino; se uno è evitante e invalido ti vedrà forse più grande e più importante… quindi 27 diverse maniere possibili di essere visto, il ché crea una babele e non ti dà un’identità. Allora la cosa migliore è che tu ti metta nello specchio e ti veda, se non ti vedi con lo specchio interno. Questo dal punto di vista di oggi, qui ed ora. Nel passato quello che è successo, io non lo so, e tu neanche, e in realtà manco tuo padre e tua madre. Quello che ti resta oggi, come immagine di questo passato, è che tua mamma ti dava il cucchiaino più volte, ma questo è quello che tu immagini che lei facesse in quel momento, e chi lo sa se è vero. Forse te lo ha detto, ma lei era così sicura di quello che faceva? Cioè stai mettendo la tua identità in un dubbio totale e su un qualcosa che nessuno ti potrà mai definire. Può essere che lei con il cucchiaino tende a soffocarti, e questo può essere perché vuole essere lei riconosciuta e voluta, o forse ha paura che muori… un’idea pazza, e tu oggi sai che non muori… lei oggi anche sa che non saresti morto, ma in quel momento magari pensava che se questo bambino non mangia magari soffre, sta male… che ne sai? Ma alla fine tutte le deduzioni che ne vengono è che tu senti di non essere visto, di non avere un’identità, e che l’altro te la deve dare. È chiaro? E mò, dici tu, che devo fare? Rassegnati che non hai un’identità. Perché devi tenere questa identità? Che cos’è questa identità? E poi, se proprio vuoi conoscere di più come la tua infanzia ti ha costruito, allora dobbiamo fare un lavoro regressivo, non perché quella sia la verità, ma perché queste sono le immagini che ti sei costruito dentro. In pratica ti sto dicendo che tu stai ancora a casa tua e non te ne andrai finché loro non ti avranno visto e riconosciuto, ma è un’impresa persa, perché non ti diranno mai chi sei e se te lo diranno sarà la loro visione e tu non la accetterai. Loro hanno un’idea molto precisa di te, e te l’avranno comunicata in mille modi, ma tu non l’hai sentita corrispondente a quello che vuoi, che desideri. Allora prendi quello che vuoi e desideri e fallo tuo, piuttosto che aspettare quello che loro vedono e che tu non accetti. Qui ci sono tutta una serie di paradossi: io rifiuto voi che non mi riconoscete e non mi vedete, e non me ne vado da qua finché non mi riconoscerete, e non mi direte chi sono. Ma quando loro ti dicono chi sei, tu lo rifiuti e se ti dicono… che ti dicono? Che sei un bravo ragazzo? Sei uno scapestrato?

Paziente: mia madre è la spinta: devi essere bravo, forte. Mio padre: sei una capa di cazzo

Psicoterapeuta: non “devi essere”, ma “sei”. Come ti vede tua madre?

Paziente: oggi mia madre mi vede come una persona responsabile, che si impegna, che è bravo…

Psicoterapeuta: allora ti ha visto. Oppure tu non sei responsabile, non ti impegni ecc…?

Paziente: non sono solo questo, non vorrei essere visto solo per questo

Psicoterapeuta: quindi ci sono altre cose che lei non vede

Paziente: si. E mio padre non mi vede proprio…

Psicoterapeuta: lui che pensa di te?

Paziente: che sono una capa di cazzo, che sono un buono a nulla…

Psicoterapeuta: non ti vede come piacerebbe a te… ma ti vede

Paziente: ma continua a svalutarmi continuamente

Psicoterapeuta: d’accordo, però ti vede, a modo suo

Paziente: io mi sono scocciato di essere svalutato da 41 anni

Psicoterapeuta: e questa è un’altra cosa, ma tuo padre non cambierà mai. Si è fatto la sua idea, ti ha visto in un certo modo e continuerà a vederti in questo modo, perché così lui conferma il suo copione. Quanti anni di terapia ha fatto tuo padre?

Paziente: pochissimi

Psicoterapeuta: ah, ha fatto pure terapia?

Paziente: si, si

Psicoterapeuta: allora può essere pure che qualcosa l’ha vista, però resta il fatto che tu non puoi aspettare che lui cambia idea su di te

Paziente: quindi devo smettere di affannarmi di cercare ancora oggi di fargli cambiare idea su di me

Psicoterapeuta: e come vuoi fargliela cambiare?

Paziente: facendogli vedere che non sono una capa di cazzo…

Psicoterapeuta: e quando buono buono glielo hai fatto vedere? Cosa cambia?

Paziente: che mi sento accettato e mi sento amato da mio padre

Psicoterapeuta: è ovvio che ci sono altre vie. Se tu vuoi essere accettato da tuo padre devi arrenderti. Se tu vuoi essere accettato da tuo padre devi cominciare ad amarlo indipendentemente da come è. E ad accettarlo… indipendentemente da come è… oggi che hai un’età matura, perché prima non potevi. Ma se tu aspetti il suo cambiamento, soffrirai.

Paziente: io sento di averlo accettato così com’è e di aver accettato anche il suo modo di vedermi ed addirittura di essermi conformato al suo modo di vedermi. Se lui mi vede una testa di cazzo io faccio la testa di cazzo.

Psicoterapeuta: no, allora non hai accettato il suo modo di vederti, perché se tu ti consideri una testa di cazzo, allora…

Paziente: ma io mi sto riferendo al passato, non ad oggi

Psicoterapeuta: io mi sto riferendo ad oggi. Se tu oggi senti profondamente che tu sei tu e tuo padre è lui e che lui non può vederti come tu vuoi che ti veda, e accetti che la sua visione, sebbene ti faccia male o te ne abbia fatto, è limitata secondo quello che tu senti di essere, dovrebbe subentrare quello che subentra quando facciamo il Fischer Offman, un filo amoroso in forma di perdono.

Paziente: ma è come un amore deluso: io lo amo e lui no e quindi mi devo rassegnare al fatto che non mi ama.

Psicoterapeuta: sei fuori pista: tu lo ami al tuo modo, e lui fa qualche cosa al suo modo. (grossa pausa di silenzio) Allora, prenditi due sedie.

Il Paziente prepara due sedie una di fronte all’altra e si siede su quella di destra
Psicoterapeuta
: chiudi gli occhi… immagina di essere papà, di quando tu hai 4 o 5 anni. Tu sei papà, e di fronte a te c’è tuo figlio, di 4 o 5 anni. Quanti anni hai tu papà?

Paziente (papà): 30

Psicoterapeuta: com’era la tua vita a trent’anni? Come sei? Che stai vivendo?

Paziente (papà): lavoro, responsabilità, devo portare avanti una famiglia… anche se ho scelto una famiglia comoda, con molti vantaggi, ho scelto una moglie ricca, che mi può dare una casa, che mi può dare in ogni momento un sostegno, un appoggio. Io lavoro, faccio il mio, viaggio, faccio il rappresentante, e a volte lascio la famiglia per intere settimane, per mesi, perché giro l’Italia, poi ritorno, e c’ho sempre una casa, una moglie e dei figli che mi aspettano.

Psicoterapeuta: e come mai hai scelto questo lavoro?

Paziente (papà): per necessità, per bisogno. Ho incominciato quando avevo 18 anni ed allora dovevo provvedere a mia madre, alla mia famiglia, quindi non avendo trovato altro ho scelto il lavoro di rappresentante.

Psicoterapeuta: e guarda questo tuo figlio, come lo vedi?

Paziente (papà): piccolino, paffuto, carino, allegro.

Psicoterapeuta: come lo hai accolto quando è nato? Cosa hai vissuto, hai sentito?

Paziente (papà): sono stato contento, felice. È arrivato nel giorno dell’anniversario del mio matrimonio, un dono dall’alto

Psicoterapeuta: cos’è che ti piace di lui… a 4, 5 anni?

Paziente (papà): mi piace quello che potrà essere, potrà diventare

Psicoterapeuta: che immagini per lui?

Paziente (papà): lo immagino una persona importante, un bel ragazzo, pieno di donne, affascinante e pieno di soldi, che può conquistare il mondo… e questo mi inorgoglisce e riscatta quello che non ho realizzato io

Psicoterapeuta: quindi stai riponendo molte aspettative su lui?

Paziente (papà): si!

Psicoterapeuta: cambia sedia.
Ora tu sei quel bambino a 4, 5 anni. Hai sentito cosa diceva papà, lo hai visto… cosa provi?

Paziente: un grosso peso, una grossa responsabilità… per me è un grosso peso riscattare quello che lui non è stato… dover essere già inquadrato, la mia vita già strutturata, che se poi non va così deludo tutti

Psicoterapeuta: e cosa stai provando adesso?

Paziente: è un ruolo che non mi piace

Psicoterapeuta: non vuoi dargli un dispiacere? Non vuoi che papà sia deluso, vero?

Paziente: vorrei che mi amasse, mi accettasse così come sono, che stesse di più con me, che non andasse via a lavorare lontano… che giocasse di più con me, che non mi rimproverasse tutte le volte che non faccio come dice lui… che non sono bravo, buono, intelligente, studioso…

Psicoterapeuta: si, e cosa senti allora?

Paziente: mi sento inutile, mi sento senza speranze. O così, come vuole lui, o lui non mi vuole bene

Psicoterapeuta: o come vuole lui, oppure niente, non ti vuole bene. … e cambia sedia.
Tu papà hai sentito? Hai visto?

Paziente (papà): si

Psicoterapeuta: e come reagisci tu? Non come lui vorrebbe ma come tu, papà, senti in questo momento. Hai circa trent’anni, una famiglia, un lavoro, delle aspettative, e tuo figlio che ti parla come hai sentito

Paziente (papà): i figli, devono essere l’orgoglio di un uomo. Per me deve essere un orgoglio avere un figlio… il più bello, buono, importante, bravo

Psicoterapeuta: ma hai ascoltato quello che lui ti ha detto?

Paziente (papà): si

Psicoterapeuta: e come reagisci a quello che lui ha detto?

Paziente (papà): mi spiace ma, … ma io poi… che… senza un figlio così che… cioè con un figlio che non è quello che voglio io, sono fallito anch’io, non sono stato bravo, non sono stato… capace

Psicoterapeuta  quindi è assolutamente importante che lui segua le tue aspettative…

Paziente (papà): si, ma io lo faccio per lui, perché non deve passare quello che ho passato io, non deve essere…

Psicoterapeuta: e se non riesci, sei stato un padre incapace

Paziente (papà): si, se non riesce lui

Psicoterapeuta: si, se non riesce quello che tu ti aspetti che lui faccia, tu non sei stato capace di mandargli il messaggio

Paziente (papà): di non fargli fare la stessa fine mia

Psicoterapeuta: si… cambia posto.
Hai ascoltato? Ritorna la persona che sei oggi. Hai visto un pezzetto della tua storia, un pezzetto del tuo rapporto con papà… cosa provi, ora?

Paziente: che siccome non sono come lui ama, si auspicava, voleva, non sono visto, non sono degno del suo amore, e lui non vede cosa sono, cosa sono diventato, cosa faccio… non lo vede… anzi … lo critica… è una continua critica, una continua svalutazione.

Psicoterapeuta: e cosa provi per questo?

Paziente: sofferenza, incomunicabilità, non riesco a comunicare con lui

Psicoterapeuta: da un lato, e dall’altro lato?

Paziente: dall’altro lato rassegnazione, andare per la mia strada, fare comunque quello che mi piace, che sento… e non riuscire a farglielo capire, a condividere con lui

Psicoterapeuta: e cambia posto… e tu papà hai sentito?

Paziente (papà): si… sono dispiaciuto per lui, anche perché se continuerà a fare così si troverà male

Psicoterapeuta: se continua a fare come?

Paziente (papà): tutto di testa sua, solo le cose che gli piacciono. Ho cercato di riportarlo sulla strada giusta, di fargli fare l’ingegnere, ma poi ho accettato tutto quello che voleva perché se alla fine l’alternativa era niente, diventare un nullafacente qualunque, meglio assecondarlo. Poteva essere un ingegnere, fare tanti soldi…

Psicoterapeuta: e cambia sedia… che cosa provi?

Paziente: uno schifo per questa idea che per forza bisogna fare tanti soldi. Per lui sono l’unica soluzione di tutto…

Psicoterapeuta: e che emozione associ a questo schifo?

Paziente: rabbia

Psicoterapeuta: rabbia. E comincia a dire “papà, sento rabbia perché…” e continua liberamente tutto quello che ti viene, contattando la rabbia, sentendola

Paziente: sento rabbia perchè, perché sei limitato, perché non guardi oltre al tuo naso, e sento rabbia perché non mi riconosci, non hai mai riconosciuto la possibilità che ci possa essere altro nella vita anche senza i soldi. Provo rabbia perché me le hai messe dentro tutte queste cose (piange), me le hai messe dentro… vaffanculo … ed io non le voglio…

Psicoterapeuta: dillo a lui, cosa ti ha messo dentro

Paziente (piange a singhiozzo): mi hai messo dentro il bisogno dei soldi, l’idea che senza soldi non si può fare niente… e l’idea… che il mondo è pericoloso… che bisogna difendersi da tutto e da tutti, e che bisogna fottere gli altri per non farsi fottere… e hai soffocato tutti i miei sogni

Psicoterapeuta: cosa ha soffocato?

Paziente (piange a singhiozzo): tutto quello che avevo dentro… la mia creatività, la spontaneità, la mia gioia, quella di un bambino di stare nel mondo, di giocare…

Psicoterapeuta
: e papà sento rabbia…

Paziente: sento rabbia…

Psicoterapeuta: e guardalo. E poi ancora “sento rabbia” e quello che ti viene

Paziente: sento rabbia perché mi hai fatto smettere di giocare, sento rabbia perché così facendo mi hai fatto fallire soltanto e non mi hai fatto…, sento rabbia perché così non mi hai fatto diventare un uomo, ma un pauroso, uno che deve solo soddisfare i tuoi desideri, che deve vincere, che deve essere sempre il primo. A me non me ne fotte di essere il primo se questo è il prezzo. Voglio essere il primo nel gioco, il primo nella creatività, il primo nell’espressione, di me, di quello che sento dentro, spontaneamente

Psicoterapeuta: come sta reagendo lui? Guardalo adesso

Paziente: (sospira e piange) non credo che mi capisce.

Psicoterapeuta: no? Come lo vedi, che espressione ha?

Paziente: un’espressione pensierosa, che riflette, che non riesce a dire niente, ad entrare in contatto

Psicoterapeuta: e tu cosa stai sentendo?

Paziente: Sto male

Psicoterapeuta: Dai voce a questo male, che male è, per cosa stai male?

Paziente: sto male perché mi sento soffocare

Psicoterapeuta: si… papà tu sei perplesso, stai pensando, tu sembri non capire ed io sto male, mi sento soffocare

Paziente: si, tu non ascolti, non capisci…

Psicoterapeuta: ripeti tutto…

Paziente: papà, tu non stai capendo niente, non so cosa ti sta passando per la testa, non so se mi stai capendo, se sei deluso da questo, mi sembri perplesso, riflessivo, ed io per questo sto male

Psicoterapeuta: e digli perché stai male. Se tu non capisci e sembri perplesso ecc., io sto male perché…

Paziente: sto male perché vorrei seguire la mia strada ma sento che così ti perdo e l’unica cosa che posso fare è lasciarti andare per la tua strada ed io per la mia ma così significa perderti, ma non posso andare avanti così, non posso perdere tutto quello che ho conquistato, tutta la fatica che ho perso per farmi accettare, e mi sento soffocare e sento il cuore fermo, che sembra morto, e non riesco a respirare…

Psicoterapeuta: cambia posto. E tu, papà, come reagisci a quello che stai sentendo?

Paziente (papà): sono dispiaciuto, non voglio questo, non pretendo questo. Però adesso sono vecchio, posso accettare questo…

Psicoterapeuta
: ma…?

Paziente (papà): ma… il fatto che ancora oggi ti svaluto, io non lo faccio apposta

Psicoterapeuta: tu pensi di svalutarlo?

Paziente (papà): questo è quello che mi ha detto lui, ma io non me ne rendo conto

Psicoterapeuta: cosa fai tu, secondo te?

Paziente (papà): per svalutarlo?

Psicoterapeuta: tuo figlio dice che tu lo svaluti, ma tu cosa fai? Lo svaluti o cosa?

Paziente (papà): in fondo, non accettandolo, per quello che è, per quello che fa, per come è diventato… perché non è… almeno penso… mi sembra che non sia felice… perché non ha fatto i soldi e perché non riuscirà nella vita a dominare tutto e tutti… io penso di… di… lo aiuto, gli sto vicino, gli do una mano per quello che posso. In realtà mi sento fallito, ho fallito nell’evitargli di fare i miei stessi errori, a non farlo diventare qualcosa, qualcuno, mi sento fallito perché non posso io, perché se io avessi potuto dargli tutto, glielo avrei dato io, se avessi potuto dargli soldi lo avrei fatto, e questo lui lo sa, gliel’ho detto tante volte anche in passato quando non aveva voglia di studiare, se avessi avuto soldi non ci sarebbe stato bisogno di studiare, di fare tutto quello che l’ho sforzato a fare… gli avrei dato tutto io… ma purtroppo… non ho potuto, non posso

Psicoterapeuta: cambia di nuovo sedia.
Cosa ti sta comunicando papà?

Paziente: che lui avrebbe voluto starmi vicino, lui forse mi è stato vicino, ma io… di tutto quello che mi avrebbe voluto dare e non mi ha dato, … i soldi, mi sarebbe bastato solo più affetto… più comprensione… io ho solo chiesto questo. Forse da piccolo volevo cose materiali, oggi no, oggi io non gli faccio una colpa se non ha potuto darmi tante comodità, anzi… forse avrei voluto un po’ più di frustrazioni, di insegnamenti di vita

Psicoterapeuta: ok, adesso hai ascoltato te, hai ascoltato lui, hai visto di più sulla vostra storia insieme… di cosa sei consapevole. Una piccola cosa, piccola ma completamente nuova, oggi, qui, stamattina.

Paziente: che gli voglio bene, che a modo suo… mi sento voluto bene da lui… a modo suo anche se… sono due modi diversi. Io voglio imparare ad accettare tutto quello che mi ha dato, anche la sua tristezza, la sua disperazione per non essere riuscito a darmi quello che voleva, a farmi essere quello che voleva, però voglio dirgli di più che… che sono felice così

Psicoterapeuta: e digli, definitivamente, chi vuoi essere, come vuoi essere, cosa vuoi tu oggi

Paziente: voglio potermi esprimere liberamente, papà.

Psicoterapeuta: che concretamente sarebbe?

Paziente: dirti quello che sento, quello che provo, dirti quello in cui credo e che forse non hai mai saputo, che per me è più bello vedere un tramonto, un’alba, suonare qualcosa piuttosto che dovermi affannare e sbattermi per fare soldi e per conservarli per… proteggermi. Non voglio più protezione, non voglio più essere protetto da te… perché se non si corrono rischi non si vive

Psicoterapeuta: dillo con una frase sintetica e significativa per te… dillo a lui

Paziente: voglio rischiare di più, non fa niente se poi mi uccidono, muoio. Voglio stare di più nel mondo, voglio stare di più con la gente, uscire di più, non avere paura… non avere paura del mondo

Psicoterapeuta: tu hai paura che puoi essere ucciso, che puoi morire se esci di più?

Paziente: oggi non più, adesso non più

Psicoterapeuta: Vuoi dire a papà che vuoi stare di più nel mondo, uscire di più, vedere di più la gente e non per questo rischi di morire?

Paziente: si, che posso farlo, che voglio farlo. Voglio vedere di più la gente, stare di più a contatto con gli altri, muovermi, viaggiare, vedere, andare anche con la moto in giro e… tutto quello che viene può essere si un rischio ma almeno ho vissuto e se faccio come te che mi chiudo in casa, la vita sempre uguale, ogni giorno sempre le stesse cose, posso vivere un po’ di più, posso essere un po’ più sicuro ma… questo significa non vivere

Psicoterapeuta: ok, guardalo adesso, guardalo come se lo vedessi per la prima volta e… cosa c’è sul suo volto? Nel suo atteggiamento?

Paziente: c’è un sorriso. Appena accennato ma c’è un sorriso

Psicoterapeuta: cosa ti dice con quel sorriso?

Paziente: che va bene…che va bene così, che mi accetta così

Psicoterapeuta: e cosa senti tu in questo momento?

Paziente: più vicinanza con lui, più… condivisione

Psicoterapeuta: va bene, basta così

Paziente: grazie



brano tratto da una trascrizione personale

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